Perché “bruciamo” i pixel? La tecnologia in soccorso del fotografo.

Pubblicato il 18/10/2019


Chi non ha mai avuto parte dei pixel della propria immagine bruciati irrimediabilmente? Il cielo troppo chiaro rispetto al soggetto principale, un raggio di sole che cade all'interno del nostro soggetto o, perché no, un errore di impostazione, ed è fatta!

Parte della nostra immagine contiene dei pixel bruciati.

Quando ciò accade perdiamo tutte le informazioni in essi contenuti e anche, agendo sulla post produzione, non potremo recuperare nulla: indipendentemente dalle nostre azioni tali pixel non saranno altro che bianchi o, per dirla in RGB, 255-255- 255.

Se queste aree sono piccole non è un problema (così come non è un problema se il nostro scopo è ottenere una immagine High-key), se invece occupano una parte considerevole dell’immagine o del soggetto principale, le cose sono differenti e la nostra foto può essere considerata come rovinata.

Dunque, perché i pixel “bruciano”? O, per dirla più correttamente, perché perdiamo tutte le informazioni di colore, luminanza, tonalità in essi contenuti?

Il problema è causato dalla tecnologia utilizzata per il nostro sensore ottico: quando è colpito da un raggio luminoso che eccede la sua capacita dinamica, satura, per cui la sua risposta non cambia indipendentemente da quanta altra luce lo colpisce.

Per semplificare, potremmo considerare ogni foto sito del nostro sensore di immagine come un bicchiere che viene “riempito” dalla luce.

Fintanto che il “livello” di luce rimane entro i valori minimo (0) e massimo (255), non ci sono problemi e il dispositivo restituisce il valore esatto di energia della luce incidente, con tali informazioni possiamo così ricostruire la nostra porzione di immagine, avendo tutte le informazioni a disposizione.

Se superiamo il valore massimo, il bicchiere è ormai pieno, non può contenere altra acqua e tutta quella che versiamo ulteriormente viene dispersa. A questo punto il pixel è “bruciato”, per cui non avremo alcuna informazione aggiuntiva su quanta energia luminosa colpisce in realtà il foto sito e il risultato sarà un bianco puro.

Una nuova ricerca, realizzata dal Institut fur Mikroelektronik Stuttgart sembra offrire una scappatoia a questo problema: un nuovo CMOS (il dispositivo elettronico spesso utilizzato per realizzare i fototransistor) sembra avere la proprietà di resettarsi ogni volta che raggiunge la saturazione.

In questo modo, possiamo contare quante volte il nostro bicchierino viene riempito e quindi avere una misura corretta dell’energia luminosa che colpisce il fotosito.

Quindi, problema risolto? Mai più pixel bruciati nelle nostre immagini?

Purtroppo la strada da fare è ancora lunga e siamo solo ai primi passi di una lunga ricerca che sarà inizialmente dedicata al mondo industriale. La soluzione per evitare pixel bruciati al momento è solo una: esporre in modo corretto (qui)!